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Il fallimento di Copenhagen, l’illusione di Kyoto.
Di Admin (del 24/12/2009 @ 21:29:25, in News, linkato 1638 volte)

 Riceviamo da Corrado Clini, direttore generale del ministero dell’Ambiente, e volentieri pubblichiamo.

Quando nel settembre 1999 il Senato USA, all’unanimità, aveva respinto la proposta del presidente Clinton di  ratifica del Protocollo di Kyoto, e dopo che nel dicembre 2000 si era consumata la rottura tra USA e Europa in occasione della COP6 dell’Aja, la comunità internazionale avrebbe dovuto ricercare una strada diversa da quella del Protocollo per affrontare l’emergenza globale dei cambiamenti climatici: questo avrebbe dovuto essere in particolare l’obiettivo dell’Unione Europea, che aveva la leadership internazionale sui cambiamenti climatici.
Era necessario prendere atto che un trattato internazionale,  basato più su regole e apparati amministrativi che su programmi e politiche energetiche ed industriali, era difficilmente  condivisibile  dagli USA e non avrebbe avuto effetti sulla limitazione delle emissioni delle grandi economie emergenti di Cina, India, Brasile… Avendo chiaro che l’impegno “solitario” della UE per la riduzione delle emissioni, senza la partecipazione della più grande economia mondiale con i maggiori consumi energetici e le maggiori emissioni,  non avrebbe portato vantaggi ambientali.
Nel 2003 l’Italia, durante il turno di presidenza UE,  aveva invano cercato di aprire una riflessione critica sull’efficacia del Protocollo e sull’esigenza di avviare un dialogo su basi nuove con gli USA da una parte e la Cina dall’altra.
Ma la UE ha voluto insistere, ha convinto la Russia nel 2004 a ratificare il Protocollo sulla base di un trade  offche non aveva nulla a che vedere con la protezione dell’ambiente, e finalmente nel 2005 ha potuto celebrare l’entrata in vigore del Protocollo 8 anni dopo l’accordo di Kyoto: senza considerare che tra il 1997 e il 2005 l’economia mondiale era cambiata, le emissioni continuavano a crescere in USA, in Cina e  negli altri  paesi emergenti che erano e sono fuori dagli impegni del Protocollo.  
Nel 2007,  il IV Rapporto sul Clima  del Panel Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici e il World Energy Outlook dell’Agenzia Internazionale dell’Energia avevano definitivamente chiarito il ruolo marginale del Protocollo di Kyoto: mentre veniva indicato l’obiettivo di una riduzione delle emissioni globali di almeno il 50% entro i prossimi 30 anni per limitare l’aumento della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera, nello stesso tempo veniva rilevato che il crescente consumo di combustibili fossili nelle grandi economie dell’Asia e del Sud America, e negli USA, stava  trascinano le emissioni globali di CO2 verso un aumento di circa il 60%  entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990: ovvero l’obiettivo pur limitato del Protocollo (- 5% ) era fallito.
Nello stesso anno, a Bali, la Conferenza sui Cambiamenti Climatici aveva stabilito una road map per arrivare,  nel dicembre 2009 a Copenaghen,  alla approvazione di un nuovo trattato per superare il Protocollo di Kyoto e coinvolgere finalmente USA, Cina e le altre economie emergenti in un impegno comune per la protezione del clima. Tuttavia, nonostante il suo evidente fallimento, in due anni di negoziato il modello del Protocollo di Kyoto è rimasto il riferimento principale per i negoziatori e in molti hanno pensato che Copenaghen si sarebbe conclusa con un “Kyoto 2”.
Eppure  le riunioni dello scorso luglio all’Aquila del G8 e del gruppo delle 18 maggiori economie (Major Economies Forum- MEF)  avevano dato un messaggio chiaro.
Se era stato condiviso da tutti   l’obiettivo di  ridurre entro la metà del secolo le emissioni globali di anidride carbonica in modo da limitare l’aumento della temperatura entro 2 gradi,  era stato anche  messo in evidenza che era necessario  cambiare la ricetta del Protocollo di Kyoto: la modifica del sistema energetico mondiale necessaria per ridurre le emissioni  deve essere sostenute da  misure  per  la diffusione e lo sviluppo delle  tecnologie a basso contenuto di carbonio nei paesi sviluppati e in quelli in via di sviluppo,  da  meccanismi finanziari a supporto delle trasformazioni tecnologiche delle economie emergenti e della protezione dei paesi più poveri dagli effetti dei cambiamenti climatici, da nuove regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio  per il superamento delle barriere tariffarie alla diffusione  delle tecnologie a basse emissioni, da garanzie  internazionali per evitare che gli impegni di riduzione delle emissioni in alcuni paesi  provochino vantaggi distorsivi a favore di altri.
Un “pacchetto” complesso di problematiche e interessi che solo in parte era stato preso in considerazione nell’ambito del negoziato internazionale guidato dal segretariato delle Nazioni Unite e dalla Danimarca, e che certamente richiede risposte diverse dalla semplice definizione di obiettivi legali di riduzione delle emissioni come fu per il Protocollo di Kyoto nel 1997.
E i molti problemi ancora aperti avevano fatto dire a metà novembre  al presidente USA Barack Obama e al presidente cinese Hu Jintao che sarebbe stato impossibile raggiungere a Copenaghen un accordo tra tutti i paesi in grado di sostituire il Protocollo di Kyoto.
In altre parole USA e Cina avevano segnalato l’esigenza di proseguire ed approfondire il negoziato sui molti temi ancora aperti.
Purtroppo la Danimarca e le Nazioni Unite  non hanno capito il messaggio: invece di dedicare le ultime settimane di preparazione di Copenaghen alla definizione di un’agenda per proseguire il negoziato nel 2010, hanno sostenuto l’elaborazione di proposte confuse e complesse con l’ambizione di trovare una base comune per un accordo impossibile. E la UE ha  di fatto assecondato questo approccio,  avendo in mente la possibilità di  rivitalizzare almeno il Protocollo di Kyoto per i prossimi anni in attesa di un accordo globale.
Il Presidente Lula, intervenendo a Copenaghen, ha detto di non avere mai partecipato ad una riunione internazionale di alto livello così inconcludente e lontana dai problemi reali. Mentre Canada, Russia e Giappone hanno chiarito di non avere alcuna disponibilità a proseguire con il Protocollo di Kyoto, ma di volere un nuovo trattato che impegni tutti i paesi e non solo una parte.
E, da parte loro, Barack Obama per gli USA e Wen Jabao per la Cina, hanno ribadito le rispettive posizioni e condizioni.
Il risultato finale è una modesta dichiarazione, senza impegni e soprattutto senza un’agenda per i prossimi mesi. E’ evidente la crisi della leadership delle Nazioni Unite. Mentre l’Europa è rimasta soprattutto concentrata  su stessa e sulle sue regole, quasi aspettando  che il resto del mondo si allineasse  al nostro modello e al nostro esempio. E in questa situazione è emersa la leadership del G2 “di fatto”.
Forse Copenaghen segnerà un passaggio positivo, se l’Europa avrà la lucidità e la forza di avviare  una riflessione critica interna per uscire dalle rigidità del modello “unico” di comando e controllo che è alla base del Protocollo di Kyoto. L’Europa può ripartire dall’Aquila, attraverso  una iniziativa internazionale focalizzata su obiettivi e programmi concreti per cercare di  rispondere alle molte proposte e domande emerse dal G8 e dal MEF.
Invece di concentrarsi su complesse architetture legali  e sulla costruzione di una nuova burocrazia internazionale dei cambiamenti climatici, l’Europa dovrebbe dedicarsi alla promozione di progetti internazionali per affrontare la sfida tecnologica globale valorizzando tutte le potenzialità della nostra grande economia integrata che ha già raggiunto livelli significativi di efficienza e innovazione, e per “testare” le possibili opzioni di regole e misure necessarie a costruire una nuova economia globale “decarbonizzata” in grado allo stesso tempo di sostenere la crescita e dimezzare le emissioni entro la metà del secolo.
In questa prospettiva i  piani di azione globale per lo sviluppo e la diffusione delle tecnologie a basso contenuto di carbonio (Bioenergie, Cattura e Stoccaggio del Carbonio, Energia Solare, Reti Intelligenti, Efficienza Energetica, Auto a Basse Emissioni), elaborati dal Major Economies Forum, possono rappresentare il quadro di riferimento e l’occasione per la nuova iniziativa dell’Europa dopo Copenaghen. 

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